AVANTI NEL TEMPO

Filippo era un ragazzino di appena dodici anni. Era sveglio, intelligente, furbo e molto curioso di sapere cosa sarebbe successo in un futuro più lontano di quello che avrebbe potuto vivere.

C’era una persona che per questo lo stimava più di tutti gli altri, una che era sempre con lui quando faceva le sue ricerche o quando guardava i documentari sul futuro.

E questa persona era suo padre. Era un brav’uomo che credeva nei viaggi nel tempo, perché era convinto di averne fatto uno alla stessa età di Filippo anche se non glielo aveva mai raccontato, perché voleva che fosse suo figlio, una volta diventato abbastanza grande, a vedere con i suoi occhi quello che aveva visto lui.

Quel giorno tutti erano a casa perché era festa. Filippo era sul divano a guardare l’ennesimo documentario sul futuro quando vide che il padre entrava in sala, con un’aria complice.

“Cosa c’è papà?” chiese impazientemente.

“Figliolo, oggi scoprirai qualcosa che desideri da tanto tempo, ma dovrà restare un segreto fra me e te, nemmeno la mamma dovrà saperlo, d’accordo? Promettilo”. Filippo era più euforico che mai ed annuì energicamente.

“Bene, allora”, proseguì lui,” prendi questo. Non aprirlo fino a quando non sarai al laghetto. Poi hai due ore. Goditele. Ci vediamo quando torni”.

Era un eufemismo dire che Filippo non aveva capito mezza parola di quello che aveva detto il padre, ma ugualmente annuì ed uscì di casa prendendo il fazzoletto bianco ben annodato che gli porgeva.

Ci mise cinque minuti in bici per giungere al laghetto e quando arrivò non perse tempo a sciogliere il nodo del fazzoletto: ben custodita, non scorse altro che una spilletta rossa, ma, appena la prese fra le mani, tutto ciò che c’era intorno a lui cambiò.

All’improvviso si trovò circondato da un paesaggio simile a quello che vedeva nei documentari futuristici, treni che viaggiavano nel cielo senza binari, edifici quattro volte più alti del più alto grattacielo di New York, persone vestite esclusivamente d’argento. Filippo rimase spaesato per qualche minuto, poi si avvicinò ad una signora e le chiese:

“Mi scusi, può dirmi che anno è?”. Ma la signora, chiaramente stupita, lo squadrò per un paio di volte prima di rispondere: “3017, caro!”.

Dopo che se ne fu andata, Filippo si fece prendere dall’euforia e corse alla stazione per salire su uno di quei treni volanti. Così poté osservare il panorama sotto i suoi piedi, poiché il pavimento della carrozza era fatto quasi interamente di vetro.

Poi si avvicinò a un edificio che gli sembrava sufficientemente alto, s’intrufolò nell’ascensore e premette il tasto del 1199esimo piano: fu un attimo ed era già lassù!

S’affacciò con cautela da una finestra e si accorse con stupore che quello era anche uno dei più bassi grattacieli della città.

Sempre più curioso, riprese l’ascensore per scendere con l’intenzione di farsi un giretto ma proprio in quel momento, il paesaggio mutò di nuovo e gli ci vollero almeno cinque minuti per capire che, purtroppo, aveva fatto ritorno nello squallidissimo presente.

Forse nessuno, tranne suo padre, gli avrebbe mai creduto ma non gli importava. “Ora sì che sono un ragazzo del Futuro!”, si disse, e andò a letto a sognare ancora un po’.

Sara Cavaliere