PERCORSO DIDATTICO SULLE MIGRAZIONI Relazione alunni 3 C A cura di Gaia Ubaldi e Maria Vittoria Bassetti

Il fenomeno migratorio può essere considerato oggi uno dei più importanti temi d’attualità in quanto coinvolge tutte le aree geografiche del nostro Pianeta.

Nel corso del secondo quadrimestre noi, alunni di 3 C, abbiamo svolto uno studio approfondito su questo tema in maniera trasversale, considerandolo da diversi punti di vista, attraverso un percorso pluridisciplinare che ha riguardato l’italiano, la storia e la geografia.

Il viaggio d’istruzione fatto il 1 Marzo 2019 a Recanati, città natale del poeta Giacomo Leopardi, ci ha permesso di affrontare in maniera esperienziale il problema in quanto il paese è sede di un interessante Museo dell’emigrazione marchigiana, ricco di documenti e ricordi, oggetti, lettere risalenti al periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e il Novecento.

Grazie alla visita di questo museo abbiamo potuto conoscere l’entità del fenomeno che interessò la nostra regione e scoprire quali fossero i lavori che svolgevano i nostri corregionali una volta emigrati: per la maggior parte essi trovarono occupazione in fabbrica, in miniera o nei campi. Il lavoro in miniera, in particolare, doveva essere proprio duro come risulta da un filmato che, proiettato all’interno del museo, ricordava l’incidente accaduto nella miniera di carbone di Marcinelle in Belgio nel 1956, quando morirono 262 persone di cui 136 italiani che si erano trasferiti lì in cerca di fortuna.

La parte più interessante del museo è la piattaforma web, un sito di ricerca chiamato “Cisei”, attraverso il quale ci si può mettere alla ricerca di un proprio parente o amico emigrato nelle Americhe nei due secoli scorsi solamente inserendo qualche suo dato.

Ci siamo preparati all’uscita a partire dallo studio della geografia umana, che ci ha consentito di affrontare il fenomeno migratorio in generale.

Abbiamo scoperto che tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento dall’Europa ci si spostava verso gli Stati Uniti, l’Argentina, il Brasile, l’Australia e il Sudafrica. Oggi, invece, il movimento migratorio si dirige dal “Sud” del mondo (Africa, America latina e parte dell’Asia), povero e popoloso, verso il “Nord”, più ricco e sviluppato (Paesi dell’UE, il Nord America e il Giappone).

Oltre a queste migrazioni internazionali, ci sono le migrazioni interne: dalle campagne alle città, dall’Est all’Ovest dell’Unione europea, verso l’Ovest degli Stati Uniti (soprattutto nell’Ottocento), dal Sud al Nord dell’Italia (negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento).

Le cause delle migrazioni sono economiche, di lavoro (quando, per esempio, si spostano lavoratori qualificati, tecnici e scienziati), ma possono essere anche legate a conflitti armati, a persecuzioni causate da differenze di razza, religione, nazionalità, appartenenza a gruppi politici. In questo caso si parla di profughi, che sono riconosciuti e protetti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite: ai profughi, infatti, è garantito l’asilo politico, cioè la protezione e l’accoglienza da parte dello Stato del paese di arrivo. Gli immigrati producono vantaggi economici, non solo nel paese che li accoglie, ma anche nel loro paese di origine: essi, infatti, accettano anche i lavori più umili, nonostante siano a volte inferiori alla loro qualifica; migliorano la condizione del paese di origine attraverso le “rimesse”, cioè le somme di denaro inviate alle famiglie rimaste a casa. Infine, dal punto di vista demografico, gli immigrati fanno salire la natalità dei paesi di arrivo, con persone giovani e disponibili alla procreazione.

Nelle pagine di geografia si parla anche dei vantaggi sociali dell’immigrazione, cioè della possibilità di avere contatti con idee, costumi e modi di pensare diversi dai nostri; si fa anche riferimento alle paure, ai comportamenti disonesti, ai pregiudizi, che ostacolano l’integrazione.

Proprio sui pregiudizi legati alla migrazione abbiamo letto Cinque leggende sulla migrazione da sfatare, letture con decodifica di tipo Invalsi che ci hanno permesso di conoscere per la prima volta il testo argomentativo. La prima leggenda è che gli immigrati sono trattati meglio degli Italiani e che sono accolti, serviti e riveriti in hotel, con 35 euro al giorno. In realtà, i centri di prima e seconda accoglienza sono insufficienti, sovraffollati e inadatti e i 35 euro al giorno sono destinati agli enti che li gestiscono. Un’altra leggenda è quella di aiutare gli immigrati in “casa” loro, ma ciò non è possibile, soprattutto se nei paesi di origine ci sono conflitti e persecuzioni. La terza leggenda è che gli immigrati non sono davvero poveri e disperati, perché hanno pure lo smartphone. In verità, i cellulari sono forniti ai profughi dall’organizzazione Medici senza frontiere, perché sono il mezzo più economico per stare in contatto con i familiari nel Paese di origine, capire dove ci si trova e condividere informazioni importanti su rotte, blocchi, pericoli… La quarta leggenda dice che gli immigrati sono troppi e quindi non ci sono più posti per ospitarli. Le statistiche ufficiali sostengono invece che la maggior parte delle persone in fuga si sposta nei paesi limitrofi e non in Europa. L’ultima leggenda è che gli immigrati arrivati in Italia si dedichino allo spaccio di droga, ai furti e alla prostituzione. In realtà, gli immigrati sono più vulnerabili e incarcerati più spesso, fermati e controllati dalla polizia con maggior frequenza a causa dei pregiudizi del Paese di accoglienza.

Sulla vulnerabilità degli immigrati abbiamo riflettuto anche attraverso la lettura e l’analisi del testo poetico di Giuseppe UngarettiSi chiamava Moammed Sceab”; Moammed Sceab è il nome arabo di un amico del poeta che si trasferisce a Parigi e cambia il proprio nome in Marcel, per sentirsi più integrato nel paese che lo ospita. Alla fine, però, stanco della sua vita da emigrante e triste per la lontananza dalla sua patria, Moammed si suicida.

La scrittura di una pagina di diario di immedesimazione ci è stata proposta per farci riflettere sulle difficoltà, i rischi e i pericoli che un emigrante deve affrontare, non solo durante il suo viaggio o la sua fuga, ma anche quando arriva in un paese che lo potrebbe accogliere così come respingere.

Le pagine di storia sull’emigrazione nell’età giolittiana ci hanno permesso di capire che il fenomeno della migrazione ha coinvolto tutti, anche noi Italiani, anche se in periodi storici diversi. Tra il 1901 e il 1913, emigrarono all’estero circa otto milioni di Italiani, diretti soprattutto verso gli Stati Uniti. Gli Italiani venivano discriminati, proprio come accade oggi agli immigrati che si trasferiscono dal loro paese d’origine. I nostri connazionali venivano bollati come sporchi, pigri, selvaggi ignoranti e impiegavano decenni per integrarsi nei vari paesi. L’America latina, invece, era più ospitale, non solo perché la cultura, la lingua e il temperamento dei suoi abitanti erano affini a quelli degli Italiani, ma anche perché Garibaldi aveva aiutato i Sudamericani a conquistare l’indipendenza dalla Spagna nell’Ottocento.

La lettura antologica “La donna sa dove nasce e non sa dove muore” di Laura Pariani parla proprio di una donna che lascia un paesino di campagna nella provincia di Milano e si trasferisce a Buenos Aires, in Argentina, nei primi anni del Novecento. Lucia, la protagonista del racconto, riflette sulla sua vita da emigrante: vive in un grande agglomerato di appartamenti popolari, ha nove figli, è lontana da ventisette anni dall’Italia e ripensa con rabbia e rimpianto a quando fu costretta a lasciare alla zia la figlia Severina, di appena due anni, per raggiungere il marito che si trovava in America. La bimba morì due mesi dopo la sua partenza; a distanza di tanti anni, Lucia non riesce ancora a perdonare né il marito, né il suocero, quest’ultimo aveva deciso di andare in America con il figlio con la speranza di diventare ricco. Lucia ripete tra sé che in America è andato tutto storto: non solo le condizioni economiche della famiglia non sono migliorate, ma anche i rapporti tra i familiari sono difficili.

Un altro brano antologico “Tradito dalla patria e dall’America” di Gian Antonio Stella parla di Francesco Fazio, un italiano emigrato negli Stati Uniti per avere un po’ di benessere. Nel 1915, Fazio decide di tornare in Italia per combattere nella Prima guerra mondiale, fidandosi della promessa con cui Roma si è impegnata a pagargli il viaggio per tornare a New York. Ma quando si tratta di rientrare in America, quattro anni dopo la fine della guerra, gli dicono che anche se ha già vissuto in America e conosce la lingua inglese, anche se ha combattuto al fianco dell’America, non può più essere accolto perché è analfabeta. Fazio non può neanche emigrare in altri Paesi, perché le leggi nel frattempo sono cambiate: nei Paesi che tradizionalmente venivano scelti dagli emigrati italiani (Canada, Argentina, Nuova Zelanda, Brasile, Francia, Germania e Sud Africa) hanno adottato infatti il sistema del dettato: esso prevede che se l’emigrato non riesce a scrivere 50 parole nella propria lingua non ha diritto a rimanere nel Paese di arrivo. Secondo l’autore di questo brano, la vera causa della chiusura delle frontiere era la xenofobia (cioè la paura dello straniero). Inoltre, il fatto che dal 1922 gli USA richiedessero la capacità di leggere e di scrivere rivela che il sistema produttivo americano aveva bisogno di persone più preparate e qualificate.

Le pagine di storia sull’emigrazione nell’età giolittiana ci dicono anche che il viaggio per attraversare l’oceano Pacifico era un incubo: durava giorni e giorni, e i passeggeri di terza classe erano ammassati nella stiva della nave, con il rischio che potessero scoppiare delle epidemie. Giunti a New York, essi venivano bloccati sull’isola di Ellis, dove affrontavano i controlli sanitari, e se non li superavano, venivano respinti.

Sin dalle prime lezioni sul tema siamo stati “accompagnati” da un lavoro in power point con cui l’insegnante ha spiegato il lessico specifico e ci ha parlato di storie di migrazione femminile marchigiana.

Nella prima parte ci nono state fornite le definizioni delle parole-chiave del fenomeno: abbiamo parlato di migrazioni interne, di migrazioni transoceaniche, temporanee (dai tre mesi in su) o definitive e di seconde generazioni ovvero dei nati nel Paese in cui sono emigrati i genitori.

Un excursus storico ci ha fatto capire che tutta la storia dell’umanità è caratterizzata da spostamenti di individui; perfino nella Preistoria, l’Homo Erectus scelse di lasciare l’Africa per l’Europa e per l’Asia. Il contatto con popolazioni di diversa provenienza ha spinto inoltre gli antichi, primi fra tutti i Greci, a riflettere sulla cittadinanza e a decidere a chi doveva essere concessa.

Le Marche sono state attraversate da fenomeni di migrazione soprattutto a partire dal XIII fino al XVI sec. e riguardavano Ebrei, Schiavoni, Albanesi e Lombardi.

Dal XVII al XIX sec., le migrazioni divennero invece stagionali, interne all’Italia, legate cioè alla transumanza, ai lavori agricoli nella campagna romana, alle attività itineranti di mercanti e artigiani che si spostavano a Roma.

Attraverso gli studi condotti a Ripatransone, si è scoperto che, per il 14%, erano le donne ad emigrare; avevano tra i venti e i trentacinque anni ed erano principalmente nubili, vedove, coniugate e quasi tutte alfabetizzate. Le donne emigravano per diventare balie, domestiche, governanti o stiratrici. Attraverso il “Piroscafo Nilo” attraversavano il canale di Suez (che, con la sua apertura aveva dato origine ad un grande dinamismo sociale) per poi dirigersi in Egitto. Le protagoniste di questa migrazione sono: Giuseppina Mazza (1905-1908), Selvaggia Angelici (1901-1908), Tomasina Spaccasassi e la figlia Marta (cit. da O. Gobbi, Emancipazione delle donne nelle Marche del Sud).

Nella seconda parte abbiamo trattato il tema delle migrazioni forzate che possono essere di sicurezza, di colonializzazione o di omogenizzazione.

Ci siamo soffermati, in particolare, sul fatto di cronaca del piccolo Aylan, trovato senza vita su una spiaggia  della Turchia. E’ morto affogato, caduto dal barcone con il quale, insieme alla sua famiglia, stava tentando la fuga dalla sua terra d’origine per il Canada dove viveva  sua zia. Anche il fratellino e sua madre sono morti, l’unico sopravvissuto è il padre. Una giornalista ha scattato la commovente foto che ha fatto il giro del mondo.

Questo lungo percorso pluridisciplinare, pur faticoso, è stato molto interessante e ci ha permesso di conoscere meglio il fenomeno della migrazione che conoscevamo solo in parte.

Ora ci rendiamo conto di quanto sia complesso il problema, delle tante difficoltà dei migranti e di quanti errori si possono fare nel dare giudizi frettolosi sugli stranieri che vivono nel nostro Paese.

Altre riflessioni

Ho capito che i ragazzi che migrano crescono molto più in fretta di noi. Pensavo di conoscere il problema, ma ora che l’ho approfondito,  se da una parte mi sento più consapevole e sicura delle mie conoscenze, dall’altra provo tanta angoscia e ansia per quelle povere persone costrette a fuggire dal loro paese. Nel mio piccolo cerco sempre di riconoscere nell’altro un fratello, a volte anche solo con un sorriso. Questa attività mi ha fatto crescere perché mi ha fatto immergere in una realtà che non dobbiamo assolutamente trascurare: c’è chi vive in condizioni diverse dalle nostre ma ha potenzialità forse superiori alle nostre e noi dobbiamo saperle riconoscere. ( Anna Travaglini)

E’ stato come fare un tuffo nel passato e rivivere i timori, le aspettative di tanti che partivano con il cuore pieno di speranza di “trovare l’America”, per un futuro al di là dell’Atlantico ed è stata l’occasione per riflettere su quando  erano i nostri nonni ad essere trattati con diffidenza e disprezzo, quando gli “zingari” eravamo noi, brutti, sporchi e cattivi da tenere a debita distanza in ghetti delle grandi città dell’Europa,  negli Stati Uniti o in Australia. Il nostro è un Paese che dimentica troppo in fretta. (Francesca De Santis)

Sento di conoscere molto meglio il tema affrontato. Ho capito che sin dall’antichità la xenofobia è stata fortemente presente, tanto che anche noi italiani siamo stati, in passato, etichettati come delinquenti solo a causa di pregiudizi. Perciò penso che non dovremmo mai giudicare in modo affrettato gli immigrati, anzi dovremmo metterci per un attimo nei loro panni e riflettere. (Flavia Corradetti)

Ogni popolo è fatto di migrazioni. Ogni persona è fatta di migrazioni. Siano le migrazioni interne o temporanee. Siano esse avvenute per fuggire, per proteggersi o per trovare un futuro migliore. Ho capito che prima di questa esperienza mi limitavo solamente a seguire superficialmente ciò che veniva detto in televisione, nei dibattiti politici o nei libri di fantasia. Ora ho capito che “migrare” è sinonimo di necessità, di bisogno. E anche di rischio. Anche noi in questi mesi abbiamo migrato. Quella che abbiamo fatto non è certo stata una migrazione fisica (tranne la parentesi di Recanati). Ci siamo diretti nel passato, con uno sguardo al presente. Ci siamo spostati in nuove città temporaneamente…Sbaglio o non è anche questo un atto del “migrare”? (Matilde Palermo)

 

RICERCHE PERSONALI DI STORIE DI EMIGRAZIONI IN FAMIGLIA

 

In Italia dopo la seconda guerra mondiale c’era molta povertà e così molte persone sono state costrette ad emigrare all’estero per migliorare le proprie condizioni di vita.

Tra i tanti che sono partiti c’era anche lo zio di mia nonna materna che si è trasferito in Argentina nel 1947.

E’ partito con la nave dal porto di Genova e per arrivare in Argentina ha impiegato circa un mese.

Lì ha trovato un lavoro come operaio ma non veniva ben pagato.

Ora tutta la sua famiglia è in Argentina e di tanto in tanto vengono a trovarci.

Anche nella famiglia di mio padre ci sono stati emigranti.

Il primo è stato il nonno di mia nonna che partì nella seconda meta dell’Ottocento per gli Stati Uniti e lì trovò lavoro nella costruzione delle ferrovie a Pittsburgh (Pennsylvania) .

Nel dopoguerra invece, sempre nella famiglia di mio padre, partirono verso il Canada una fratello di mia nonna, una sorella e suo marito. Ho conosciuto questa zia di mio padre che ha avuto ben quatto figli e sette nipoti, tutti con una buona posizione sociale.

L’ultima volta che è tornata in Italia è stato ad Agosto dello scorso anno.

E’ una donna straordinaria che ha affrontato quest’ultimo viaggio alla veneranda età di 84 anni portati splendidamente. .Francesca De Santis

 

Nella storia della mia famiglia è presente il fenomeno migratorio; perché mio nonno, nel 1954, all’età di 26 anni, emigrò in Brasile, più precisamente a San Paolo, dal suo fratello maggiore. Ma lì la situazione non era tanto migliore rispetto all’ Italia e lavorò, quasi per un anno da contadino per pagarsi il biglietto di ritorno. Lui e la sua famiglia partirono e tornarono con la nave Paolo Toscanelli nella quarta classe dove si dormiva per terra tra sporcizia e persone malate. Poi, successivamente, con mia nonna, emigrarono in Svizzera, dove nacquero mio padre e mio zio, perché mio nonno trovò un lavoro lì. Infine, quando mio padre aveva all’incirca 10 anni, decisero di ritornarsene in Italia dalla loro famiglia. Raffaele Carpani

Personalmente sono venuta a sapere che il nonno di un cugino di mio padre, Nicola Bassetti, è emigrato dopo la prima guerra mondiale in America, facendo fortuna aprendo un negozio di cappelli. Maria Vittoria Bassetti

Il mio bisnonno paterno, nato il 10 Ottobre 1894, Aristide Pacifici, a 17 anni emigrò clandestinamente negli USA in cerca di lavoro finché nel 1915, quando l’Italia richiamò gli Italiani per combattere nella Prima Guerra Mondiale, scappò in Messico e in seguito in Canada, dove divenne esperto nell’ambito minerario. Poi attraversando la Siberia andò in Russia durante la rivoluzione di Lenin contro lo zar. Allora attraverso la Transiberiana andò in Cina a lavorare nei porti dove scaricava dai mercantili il carbone con grandi cesti. Finita la guerra tornò negli Stati Uniti dove aprì molti ristoranti. Infine ritornò in Italia per una vacanza nel ’38, Flavia Corradetti

Ognuno di noi sfogliando l’album di famiglia scopre di avere un parente emigrante. E’ il caso del mio bisnonno che nell’età giolittiana è emigrato con un suo fratello negli Stati Uniti d’America. Dopo aver organizzato una fortunata carriera nell’ambito dell’edilizia  a seguito di un grave incidente subito dal fratello  è tornato in Italia. Ho scoperto questo da un piccolo oggetto che mio padre possiede: un anello che raffigura un leone. E’ un regalo che il mio antenato ha riportato in Italia e che  ha custodito come ricordo, donandolo poi al suo omonimo nipote. Anna Travaglini

Io ho scoperto che il fratello di mia nonna tempo fa è partito per l’Australia in cerca di lavoro e lì è rimasto; quest’estate verranno i suoi nipoti in Italia a trovarci. Alice Ciabattoni

I miei genitori mi hanno riferito che i cugini della mia bisnonna materna, che facevano di cognome Romagnoli, sono andati negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale per trovare lavoro. Clelia Balducci

Dopo la seconda guerra mondiale mio nonno materno per cercare lavoro andò in Belgio in una di quelle tante miniere che c’erano lì  e con le sostanze nocive che respirava purtroppo morì e per questo non l’ho mai conosciuto. Anche la sorella di mia nonna materna per cercare lavoro decise di emigrare negli stessi tempi, andò in Venezuela con suo marito che faceva il sarto. Una volta arrivata lì per guadagnarsi qualche spicciolo per mangiare fece anche partecipare il figlio ad una competizione di bellezza che il bambino riuscì a vincere. Paola Bordoni

Io non ho parenti lontani che sono emigrati in America, ma mio padre stesso è emigrato. Nel 1996 andò a lavorare ad Atene, poi nel 2000 arrivò in Italia, ad Ascoli Piceno, dove lavora come muratore. Si è sposato con mia madre nel 2003 e poi siamo nati io, mia sorella e mio fratello. Anche altri parenti vivono qui, mio zio paterno a Piane di Morro, il cugino di mio padre ad Ancona, lo zio materno a Siena, la cugina di mio padre a Perugia, il cugino di mia madre a Grosseto. Altri parenti sono in Inghilterra, in Germania ed in Svizzera. L’ondata migratoria è partita dalla Macedonia una ventina di anni fa. Sueda Islamovska