IL GIARDINO DI MISS DARCY

Era un semplice pomeriggio estivo  e miss Darcy era nel suo giardino con una tazza di tè ai frutti di bosco in mano: nella sua casa si era sparso l’odore del tè mischiato all’odore del gelsomino fiorito. A miss Darcy piaceva molto perché, allo spazio vuoto del suo salotto, si andava sostituendo un’atmosfera dolce e tranquilla. Si sedette su una delle sue antiche sedie bianche in ferro battuto ad ascoltare attentamente il fruscio del vento tra le piante. Dietro la sua alta pila di libri, intravide una macchina nera nel suo vialetto che interruppe l’atmosfera. Vi si avvicinò con aria sospetta finché dall’ auto non uscì un uomo che, senza dire nulla, le posò sulle mani una lettera della figlia. Non la sentiva più da molto tempo ed era stupita di ricevere una sua lettera, ma tra poco non lo sarebbe più stata.

“Cara mamma, appena avrai visto questa lettera avrai pensato a un matrimonio o a una borsa di studio, ma non è così. Ho avuto molti problemi in questi ultimi tempi e ci sono rimasta male e demoralizzata.  Probabilmente Se ci fossi stata tu sarebbe stato meglio, ma per il momento nessun cambiamento Perciò ho deciso di mettere fine ai miei dolori. Non preoccuparti più per me perché ormai non ne ho bisogno. Se vuoi consolarti un po’ puoi leggere il mio diario segreto che non ti ho mai permesso di leggere. Addio mamma…

Con affetto Daria

La madre in lacrime va nella stanza della figlia e si addormenta lì, avvolta per l’ultima volta dall’odore della figlia. Si svegliò in tarda notte. Non c’era neppure un filo di luce. Si ricordò del diario di Daria e iniziò a cercarlo. Trovò un cassetto chiuso che non aveva mai aperto prima. Trovò la chiave in un porta gioie sulla scrivania ricoperto di pietre azzurre. Entrava a perfezione nella serratura. Prese il diario e iniziò a sfogliare le pagine senza neanche leggere cosa vi era scritto ma semplicemente ricordando la scrittura e l’amore con il quale la figlia scriveva. Di colpo sbatté la porta e miss Darcy cercò di convincersi che era il vento, ma le finestre erano tutte chiuse. Sbarrate. Uscì dalla stanza, ma vi rientrò subito per la paura. Per ingannare il tempo decise di continuare a leggere il diario e di colpo sentì pentole cadere sul pavimento. Malvolentieri scese le scale e a passi lenti arrivò in cucina.  C’era il portone aperto e, senza nemmeno sbirciare, lo chiuse. Prima di iniziare a raccogliere tutto ciò che era sparso sul pavimento, ci furono degli sbalzi di luce. A quel punto, fin troppo spaventata, iniziò a cercare il telefono per chiamare la polizia. Ma appena avvistato, tutte le luci si spensero e si riaccesero all’istante ma il telefono non c’era più. Non era sul pavimento, né sul divano. Era sparito. Trovò appena la forza per uscire di casa e vide un’ombra bianca, vicino alle sue adorate rose rosse. Si avvicinava lentamente verso di lei. Aveva i capelli lunghi e un vestito bianco da manicomio. Miss Darcy rimase impietrita davanti la figura che si lamentava. Aveva un gran bisogno di entrare nella casa, come se la conoscesse. Miss Darcy la fece entrare allontanandosi lentamente dall’uscio della porta.

Così l’ombra iniziò a correre per le scale e d’ improvviso sbatté un’altra porta al piano superiore, che fece cadere tutti i quadri che si trovavano lungo le scale. A stento Miss Darcy entrò nella sola camera con la porta chiusa: quella

di Daria. L’ aprì lentamente e scrutò nuovamente il fantasma che sfogliava le pagine del diario. Si accorse solo in quel momento che era la figlia. Prima di scoppiare in lacrime la vide avvicinarsi alla finestra e prendere in mano un cappio. Per il disprezzo chiuse gli occhi e quando li riaprì vide solamente la sagoma della figlia andare via per sempre.